«Oggi viene una donna per il colloquio da governante», mi dice Ghila, tutta agitata, mentre con una spugnetta sfrega il ripiano di formica della cucina. «Devo farle un'ottima impressione, ho un bisogno disperato di aiuto in casa», aggiunge. E’ una giovane mamma di tre bambini – sette, quattro e due anni – e qui in Israele trovare una collaboratrice domestica è difficilissimo. Il punto è che c'è grande richiesta, ma poca offerta. E questo dipende dal fatto che, per uno straniero, riuscire a entrare e rimanere a lungo termine in Israele è difficile. Diventare cittadini? Mission (almost) impossible.
La politica di immigrazione nello Stato ebraico è severa, e segue due principi fondamentali. Gli immigrati ebrei sono bene accetti, di più: vengono incoraggiati in tutti i modi (comprese notevoli agevolazioni fiscali) a fare aliya, il "ritorno" nella terra dei padri. E’ un diritto garantito agli ebrei della diaspora dalla legge sull'immigrazione.
Per tutti gli altri, ottenere la cittadinanza, è decisamente più complesso. Dopo tre anni che si risiede in questo Paese, con un permesso di soggiorno per lavoro, si può avanzare la richiesta per la naturalizzazione al ministero dell'Interno. La concessione però non è automatica, ma a discrezione dell'impiegato che valuta la pratica. E in molti tornano a casa a mani vuote, e senza spiegazioni.
Per essere sicuri di ottenere la cittadinanza restano due strade alternative: il matrimonio, come più o meno in tutto il mondo, e la conversione, che invece è un mezzo che funziona solo qui.
Avere dei parenti ebrei - anche solo un nonno o una bisnonna - aiuta, e non poco. Addirittura ci sono dei programmi di ricerca specifici che permettono di svolgere questo tipo di analisi. Frugando tra i rami dell'albero genealogico, questi strumenti cercano di individuare se non "sangue ebraico" almeno geni ebraici nella storia familiare dell'aspirante israeliano.
Questo spiega perché qui sia così difficile trovare donne delle pulizie o badanti. I rumeni o gli africani di cui tanto ci lamentiamo in Italia? «Sarebbe un sogno se venissero in Israele», sospira Ghila. Suona il citofono: è lei, la candidata al posto da governante. «Tieni le dita incrociate - dice la giovane mamma - io vado a stenderle il tappeto rosso».